Ascoltare e comprendere il mondo dei ragazzi

Spesso mi capita di porre domande ai ragazzi che incontro al mio studio su cosa pensano, sul loro mondo e su quali sono le loro idee. Talvolta le mie domande li spiazzano e ci vuole tempo perché riescano a rispondere.

Il motivo ritengo che sia questo: non sono abituati. Molti non sono abituati a qualcuno che chieda loro di raccontarsi e di riflettere su se stessi, perciò il più delle volte hanno paura a rispondere perchè temono di sbagliare, di essere giudicati,  oppure perchè proprio non hanno nessuna idea, come se non si sentissero in grado. Ma l’individuazione, la crescita avviene anche attraverso questi passaggi, ovvero la percezione di essere portatore di idee proprie sul mondo, sulle scelte e sulla vita.

Ricordo un ragazzo che alle mie domande sull’immaginare qualcosa di suo mi guardava basito come se parlassi una lingua sconosciuta. Mi diceva che non lo sapeva fare, era come perso dietro al compito, come se non fosse preparato, di solito le richieste che gli venivano fatte erano di ripetere le nozioni apprese o le idee di altri . Avevo la sensazione che nessuno fino a quel momento avesse chiesto a quel ragazzo cosa pensasse di un dato argomento, che idea se n’era fatto, qual’era la sua opinione.

Quante domande poniamo ai ragazzi con il reale intento di ascoltare la loro opinione, senza giudicarla infantile o presa da altri? Far domande stimola a pensare, crea curiosità nell’altro e di conseguenza chi le riceve si incuriosisce anche su se stesso ed inizia un percorso di autoconoscenza e di crescita.

Cosa ti piace?

A questa domanda la risposta contempla raramente gli argomenti di studio, eppure anche lì ci si può inserire perché da lì nasce la motivazione: cosa li fa emozionare o interessare, incuriosire e talvolta arrabbiare?

A questo proposito mi viene in mente una ragazza che ho incontrato, seguiva il filo del suo interesse, di ciò che la faceva entusiasmare disegnando associazioni iconografiche e simboliche sugli argomenti che studiava, creando veri e propri “quadri di studio”, che rappresentavano gli argomenti che stava studiando, erano una sorta di appunti per immagini.

Ovviamente il salto logico che la portava a sintetizzare in immagini simboliche e lo sforzo di pensare ad una rappresentazione è proprio ciò che intendo quando parlo di far proprio ciò che si sta studiando, farlo diventare patrimonio interiore. Ascoltandola raccontare quelle immagini avevo la sensazione di andare oltre i concetti e le nozioni, oltre le battaglie e le date storiche che erano l’argomento di studio, ero dentro ad un processo più ampio, ad un ragionamento più alto e affascinante: ero entrata nel suo mondo e lo osservavo con grande interesse.

Il lavoro con questa ragazza si è concentrato nel portare l’interesse anche su quegli argomenti per lei troppo distanti e che impulsivamente rifiutava di netto. La tecnica iconografica che lei utilizzava allora, poteva essere un tramite, un modo per rendere interessante ai suoi occhi anche qualcosa che in quel momento non lo era.  L’esame di maturità che ha affrontato è andato benissimo ed io credo anche perchè è riuscita ad entusiasmare i professori con la sua passione.

Ma allora qual’è la leva per la motivazione?

Per me è partire dal mondo dell’altro e dai sui interessi, da piccole cose che spesso non vengono valorizzate perché considerate poco in sintonia con il metodo di studio o con l’idea che ci si è fatti del modo in cui un ragazzo debba essere, comportarsi, agire. Bisogna provare ad essere aperti a qualcosa di nuovo che si colora di entusiasmo e di interesse nel momento in cui non è imposto ma parte proprio dal ragazzo stesso.

Ascoltare, cogliere e valorizzare perciò possono essere una chiave per lavorare sulla motivazione.

 

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